Intellettuale disorganico

novembre 11, 2012 § Lascia un commento

 raffaele mantegazza

Cronaca di 15 mesi in giunta.  Il 6 giugno 2011 ricevevo dal Sindaco di Arcore, risultato vincitore alla guida di una coalizione di centrosinistra (Pd, Sel, FdS, Socialisti, IdV, lista civica, con l’appoggio dell’UdC al secondo turno) le deleghe per la cultura, l’istruzione e lo sport e diventavo assessore. Il 13 settembre 2012 restituivo le deleghe dando le mie dimissioni per insanabili contrasti con il Sindaco, soprattutto per il suo modo di intendere il proprio ruolo e il rapporto con i cittadini, la maggioranza e gli assessori.

15 mesi di assaggio di un impegno amministrativo per un intellettuale possono essere pochi, ma permettono un primo bilancio, non propriamente positivo. Qui sotto vorrei proporre alcune riflessioni che partono dal caso specifico di Arcore ma cercano di andare al di là della particolarità, inquadrando problemi di rilevanza più ampia. 

  • Il deficit di democrazia reale e la paura della partecipazione: ovviamente le istituzioni sono formalmente democratiche; governa chi ha ottenuto la maggioranza dei voti, e tutte le cariche (tranne quella di assessore: un primo grave limite alle democrazia) sono sottoposte al voto consigliare. Ma il senso della democrazia reale non viene a sostenere il rispetto formale delle regole (peraltro già piuttosto discutibili). Ogni volta che si cerca di portare all’attenzione degli organi decisionali pareri e problemi reali della popolazione, soprattutto se questi sono anche solo parzialmente contrari alle decisioni dell’Amministrazione, si viene stoppati in nome di una fedeltà alla maggioranza che spesso si tramuta in una specie di fortino blindato. Le decisioni prese, o anche solo quelle in discussione,  diventano una specie di testo sacro non sottoponibile a ulteriore negoziazione; o almeno, la negoziazione avviene tutta all’interno dei meccanismi della politica escludendone di fatto i comitati di cittadini, soprattutto quelli spontanei, a proposito dei quali si afferma che non hanno legittimità politica.
  • La distanza tra paese reale e classe politica: qualcosa di detto e ridetto, ma mai così percepibile come quando qualcuno all’interno di una Amministrazione cerca di colmare questo vuoto. L’idea che un amministratore sia davvero vicino alle persone reali, frequentando le scuole, le associazioni, gli eventi culturali, e lo faccia in modo non demagogico ma per capire quali siano le reali esigenze della popolazione, questa idea stupisce ed entusiasma le persone ma impaurisce le istituzioni, come se da questo tentativo di tastare in tempo reale il polso della popolazione esse vedessero messa in discussione la propria legittimazione. Persiste l’idea della politica come collezione di segreti, del “non dire fuori quello che abbiamo discusso”, che non è l’ovvia cautela stabilita per  legge della segretezza delle riunioni di Giunta ma qualcosa di molto più sottile e pericoloso: l’idea che la popolazione non sia matura per poter capire e criticare le decisioni prese.
  • L’equivoco dell’efficienza: è del tutto ovvio che una persona decide più velocemente di cinque, e che le discussioni fanno perdere tempo. Tutto questo viene però portato al parossismo, soprattutto quando le decisioni da prendere sono portatrici di conflitto all’interno della maggioranza; semplicemente il conflitto non viene lasciato giocare. O perché “non c’è tempo e le scadenze sono pressanti”, o perché molto candidamente si fa giocare il peso del numero, per cui il partito di maggioranza (e/o del Sindaco) ha sempre ragione, e chi non è d’accordo è semplicemente fuori dal gioco. Così la fatica della democrazia, il suo necessitare di tempi lenti, come scrisse Montesquieu, il gioco delle opinioni e dei conflitti: tutto questo viene bypassato in nome di una logica dell’emergenza continua, per cui non c’è  mai tempo di discutere e occorre “fare, fare, fare”. Quello che non si fa mai in questo modo è promuovere la partecipazione reale delle persone, che non si vede per quale motivo dovrebbero partecipare a dinamiche che poi le escludono e non tengono conto del loro parere. Lo strapotere degli esecutivi, garantito dalle leggi elettorali, e lo strapotere  dei Sindaci, decisamente pernicioso, rischia di diventare un ostacolo alla partecipazione popolare, quando non viene gestito con equilibrio e saggezza e soprattutto frenando l’ansia del fare a tutti i costi e sostituendole la cura per il lasciar crescere la cultura civica dei cittadini e delle cittadine.
  • Infine, e qui mi rivolgo a una parte specifica dell’ arco politico, l’ansia del governare a tutti i costi rischia di far perdere non solo qualche battaglia, cosa del tutto fisiologica in una coalizione, ma i propri stessi principi, in un gioco al ribasso nel quale per “non far vincere gli altri” si legittimano scelte politiche e stili di governo che non sono poi così differenti da quelli dei temuti avversari.

Possono/devono gli intellettuali fare politica? Forse sì, e magari con miglior fortuna del sottoscritto. Ma finché la politica continuerà a sviluppare da sé gli anticorpi contro la reale partecipazione e la critica, il loro ruolo sarà sempre più quello di ornamenti per qualche attività culturale: elementi disorganici a una cultura politica che è sempre più lontana non solo dalle persone ma soprattutto da quello spirito democratico e costruttivo che è sancito dalla nostra sempre meno letta Carta Costituzionale.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Che cos'è?

Stai leggendo Intellettuale disorganico su Partecipazione.

Meta

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: